Image

T.R. Miles – John Westcombe

MUSICA
E DISLESSIA

Aprire nuove porte

Edizione italiana
a cura di Matilde Bufano

RUGGINENTI

Aprire nuove porte

Copyright © 2011 by
RUGGINENTI EDITORE

A mia figlia Eleonora

Suoni di musica vedo danzare
suoni di lettere vedo scappare.

Queste note che arrivano come l’onda del mare,
han colori magnifici da poterli toccare.
Io vorrei raccontarteli ma non so cominciare,
è davvero difficile, li dovresti guardare.

Suoni di musica vedo danzare
suoni di lettere vedo scappare.

Le mie mani san leggere suoni, forme, colori
e così posso esprimere la mia gioia e il dolore.
Ciò che a scuola è importante è però un’altra cosa,
solo leggere e scrivere è un’impresa gloriosa.

Suoni di musica vedo danzare
Suoni di lettere vedo scappare.

Sono chiare le lettere, sono ferme sul foglio,
poi d’un tratto scompaiono, anche se io le voglio.
Le ritrovo, ritornano, ricomincio a pensare,
le rimetto nell’ordine, ma non voglion restare.

Suoni di musica vedo danzare
suoni di lettere vedo scappare.

Sembra a tutti impossibile che io non possa imparare,
come fossi imbecille devo sempre rifare.
Mi è venuto da piangere,
mi è venuto da urlare,
mi hanno detto: “Riprovaci”
ma io sto solo male.

Suoni di musica vedo danzare
suoni di lettere vedo scappare.

Tu mi hai detto: “Sei rara come l’occhio tuo verde”
non si tratta di colpa, di chi vince o chi perde.
Quando faccio fatica tu però non parlare,
non mi mettere fretta che ce la posso fare.

Ornella Bergadano

Per la consulenza sul disturbo dislessico ringraziamo sentitamente la dottoressa
Roberta Pellicciari, Clinica neurologica – Ospedale di Gattinara – Trieste.

Indice

Gill Backhouse è un’esperta psicologa e una docente onoraria del Dipartimento di Scienze della Comunicazione all’University College di Londra. Lavora con ragazzi e adulti dislessici aiutandoli a identificare le proprie attitudini e a trovare un modo positivo di affrontare le proprie difficoltà.

Paula Bishop sta portando a termine un master alla Royal Academy of Music, specializzandosi in canto. Durante il corso di studi le è stato assegnato il BA (Bachelor of Arts) in Musica dall’Università di Oxford. Il suo interesse per la lirica ebbe inizio quando interpretò la parte di Flora in The Turn of the Screw di Britten e il suo repertorio va dalla musica rinascimentale alla musica contemporanea. Paula attualmente sta ampliando i suoi interessi nell’insegnamento specializzandosi nel campo della dislessia e, insieme alla carriera di cantante, ha iniziato un dottorato di ricerca su dislessia e musica.

Violet Brand si è impegnata per molti anni nell’insegnamento a ragazzi e adulti dislessici. Nel 1960 si rese conto per la prima volta delle difficoltà che i dislessici incontrano nello studio della musica e da allora ha imparato molto su di essi e sul modo di aiutarli. Suo marito è un musicista professionista, quindi a casa loro musica e dislessia trovano un punto di incontro.

Nigel Clarke ha studiato composizione con Paul Patterson alla Royal Academy of Music dove ha vinto diversi premi, compreso il Queen’s Commendation for Excellence. Ha avuto vari incarichi come giovane compositore stabile della Hong Kong Academy for Performing Art, è stato compositore associato allo YCAT (Young Concert Artists’ Trust) e docente di composizione e musica contemporanea alla Royal Academy of Music. Attualmente è il compositore principale della Black Dyke Mills Band. Le composizioni di Nigel sono eseguite in ambito nazionale e internazionale, in concerti e trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha scritto la colonna sonora di due film – Jinnah e The Little Vampire. Svolge inoltre l’attività di direttore per le classi di ottoni, fiati e percussioni ed è docente di composizione al London College of Music and Media.

Janet Coker è una cantante professionista. Fin da piccola, molto prima di cominciare a leggere, cantava insieme alla radio tutte le arie d’opera che sentiva. Aveva circa trent’anni quando scoprì di essere dislessica. Provò una grande gioia nel sapere di non essere “stupida” e che la dislessia spiegava molte delle difficoltà incontrate nel crescere. Porta avanti con successo la carriera di cantante d’opera e di operetta in teatro, alla radio e alla televisione.

Diana Dichfield ha studiato pianoforte e canto alla Royal Irish Academy of Music e all’Università di Limerick. Ha insegnato inglese e musica nelle scuole inglesi e irlandesi e attualmente collabora soprattutto con la Municipal School of Music di Limerick.

Sylvia Gilpin è sociologa, oltre che flautista e pianista per diletto. Ha un bambino dislessico ed è membro della Campden Dislexia Support Group e segretaria della British Dyslexia Association’s Music Committee.

Margaret Hubicki è stata past-professor della Royal Academy of Music e consulente di Music in the Community. Ha ideato il testo e i materiali del Pentagramma Colorato.

Michael Lea suona il contrabbasso. Dopo aver fatto parte della BBC Training Orchestra di Bristol nel 1968, ha collaborato con la CBSO e con la BBC Concert Orchestra. Dal 1979 è un contrabbassista freelance molto richiesto a Londra e dintorni. Ha suonato in più di 250 musiche da film e ha preso parte a numerose importanti registrazioni. Fra il 1981 e il 1988 ha insegnato alla Guildhall School of Music, dimettendosi poi per dedicarsi all’educazione dei suoi bambini.

Tim Miles è professore emerito di psicologia all’Università di Bangor, Galles. Ha pubblicato diversi libri e articoli sulla dislessia e su altri argomenti. Come violoncellista si considera “decisamente un dilettante”.

Sheila Oglethorpe ha studiato pianoforte, violoncello e canto alla Royal Academy of Music. Attualmente insegna pianoforte e teoria alla Salisbury Cathedral School. Il suo libro Instrumental Music for Dislexics: A Teaching Handbook è stato pubblicato nel 1996. Tiene corsi per l’ABRSM Certificate of Teaching course.

Caroline Oldfield è una flautista professionista che ha collaborato con la rivista Pan (organo della British Flute Society) nel 1987. Abbiamo ottenuto da Pan il permesso di pubblicare il suo articolo, ma nonostante tutti i nostri sforzi non siamo riusciti a rintracciare il suo indirizzo.

Helen Poole nel periodo della scuola secondaria studiava musica con passione. All’età di 19 anni le è stata diagnosticata una forma di discalculia. Ora, a 20 anni, spera di ritornare al college come adulta per ottenere l’A-Level di musica. Spera inoltre di riuscire a superare i suoi problemi di teoria e notazione musicale e di studiare composizione.

Annemarie Sand è nata in Danimarca e si è trasferita in Inghilterra per studiare alla Royal Academy of Music e alla London Opera Studio. Ha debuttato nell’opera alla English National Opera. Si è esibita in tutta Europa cantando nei ruoli principali di opere, oratori e concerti e ha collaborato con la BBC come solista in diversi concerti e come cantante nella colonna sonora di una serie televisiva. Il suo repertorio è ampio e comprende vari ruoli sia nella musica tradizionale, sia nella musica contemporanea. Di grande rilievo nella sua stagione del 2000 è stata l’interpretazione dell’arduo ruolo di Siglinda ne La Walchiria di Wagner.

Olly Smith sta completando il corso di laurea all’Università di Bangor, Galles. Dopo la laurea e la successiva specializzazione si propone di fare l’insegnante di musica e il flautista.

John Westcombe originariamente era un insegnante; successivamente ha ricoperto la carica di consigliere/ispettore anziano in tre importanti istituzioni dell’istruzione locale. Ha guidato gruppi di insegnanti sia nell’attività didattica, sia nelle esecuzioni musicali e ha organizzato concerti in Inghilterra e all’estero. La sua attività più recente comprende la valutazione di progetti di Educazione Musicale per organismi nazionali, la collaborazione nella conduzione di corsi per docenti e allievi di Sixth-Form, e varie pubblicazioni. Il suo Careers in Music è stato pubblicato da Heinemann. È stretto collaboratore della Broxbourne Dyslexia Unit.

Jacob Wiltshire. Gli è stata diagnosticata una dislessia severa a 7 anni. Fino a 11 anni ha frequentato una scuola con una sezione speciale. Attualmente ha 17 anni e studia tecnologia musicale e ingegneria del suono. Suona a orecchio la chitarra e le percussioni e compone musica elettronica usando un programma computerizzato. Recentemente ha ottenuto nove GCSEs con voti fra A e C, compreso un B in musica.

Siw Wood racconta che “la dislessia ha avuto un’enorme influenza sulla mia vita”, e che era stata “considerata troppo carente in ortografia” per accedere alla scuola di segretaria di azienda. Di conseguenza ha frequentato una scuola d’arte, ma non ha mai utilizzato il suo titolo di studio per guadagnarsi da vivere fino a quando si è trasferita nel Galles dieci anni fa. Si è dedicata a varie attività: infermiera, assistente di laboratorio e in un reparto di psichiatria, lavoratrice agricola, venditrice, responsabile delle pubbliche relazioni in un teatro, assistente di disabili motori e autista. Il suo hobby preferito è il canto.

Ora che la dislessia è una sindrome riconosciuta e non è più considerata una condizione inventata da molte famiglie del ceto medio per giustificare gli insuccessi scolastici di alcuni dei propri ragazzi (come invece era considerata dal Dipartimento dell’Educazione 20 anni fa, e probabilmente anche in tempi più recenti), è risaputo che i dislessici, ragazzi e adulti, hanno specifiche difficoltà nella lettura, nella scrittura, nell’ortografia e a volte con i numeri.

Quest’eccellente raccolta di saggi vuole sottolineare che la dislessia si manifesta anche attraverso difficoltà di concentrazione, scarsa memoria a breve termine, scarsa coordinazione e inadeguata organizzazione delle proprie attività. Queste difficoltà possono creare limiti e frustrazioni proprio come altri handicap più noti.

Chi ha un profondo interesse per la musica ed eventualmente un buon orecchio, può quindi sentirsi frustrato non solo dal problema dell’apprendimento della notazione musicale, ma anche dalla difficoltà di coordinare l’occhio e la mano, di seguire le istruzioni, oppure di spostare lo sguardo dallo spartito al direttore senza perdere il segno. Soprattutto, i dislessici hanno bisogno di più tempo per coordinare le proprie attività di quanto la dinamica della musica non conceda loro. La musica, come dice uno di loro, non consente soste – almeno non nel momento in cui l’esecutore avrebbe bisogno di fermarsi.

Il messaggio di speranza offerto da tutte le storie avvincenti e spesso commoventi che i curatori hanno raccolto è che chi ama la musica ed è determinato a dedicarsi a essa, può trovare le strategie per superare quasi tutte le difficoltà e che, nel fare questo, accresce di molto le proprie capacità generali. Una delle storie più commoventi è quella di una ragazzina che, tristemente, era stata bocciata agli esami del corso preparatorio di pianoforte poiché, avendo avuto difficoltà nel raggiungere l’aula stabilita al piano superiore, era rimasta così disorientata che era caduta dallo sgabello del pianoforte, e si era ritrovata spostata rispetto alla tastiera – non riuscendo in tal modo a trovare il Do centrale. Eppure superò con una buona votazione un esame successivo. Un simile coraggio è degno di nota e la fiducia in se stessa che ha acquisito da questa esperienza deve essere stata straordinaria.

Altrettanto rimarchevole è la testimonianza, che risulta da un’ampia inchiesta, di come i coristi dislessici imparino a farsi strada. In questo caso la sicurezza che guadagnano dall’essere accettati come coristi per il loro talento è uguagliata solo da ciò che acquisiscono attraverso la disciplina imposta dal coro e dalla musica stessa, nonché dallo spirito cameratesco che si stabilisce con gli altri coristi. Questo dimostra, penso, che nonostante le continue pressioni alle quali sono soggetti, la loro crescente professionalità e le strategie che devono adottare per superare la loro innata mancanza di organizzazione li aiutino in ogni aspetto della vita.

Spero che questo libro sarà letto da tutti coloro – genitori, insegnanti e datori di lavoro – che potrebbero entrare in contatto con la dislessia. È un tributo al coraggio e alla determinazione dei musicisti; ma è anche un invito ad aprire gli occhi su ciò che veramente significa essere dislessico. I curatori e gli autori meritano tutta la nostra riconoscenza.

Baroness Warnoch
Presidente della British Dislexia Association

Questo libro è basato sulle esperienze di un certo numero di persone che condividono l’interesse comune per la musica e per la dislessia. Fra gli autori vi sono docenti che operano in diversi settori dell’insegnamento musicale e musicisti professionisti e dilettanti. Alcuni di loro sono dislessici o hanno parenti dislessici e quindi possono parlare con cognizione di causa. Vi sono persone di tutte le età. Molti di quelli che hanno dato il loro contributo sono membri della Music Committee of the British Dislexia Association (BDA).

I primi incontri di questo gruppo si sono tenuti nel 1980. L’iniziatrice è stata Pam Smith che in quell’epoca prestava la sua opera nella Disabled Living Foundation. È stata Pam che, spinta da Daphne Kennard, ci ha riuniti per la prima volta, ed è stata lei che con il sostegno del gruppo è diventata responsabile della redazione del primo bollettino del BDA su musica e dislessia. Gli altri membri del gruppo erano Margaret Hubicki, Violet Brand, Janet Coker, Caroline Beaumont (poi Caroline Symes) e Tim Miles. Per varie ragioni la Disabled Living Foundation non è più stata in grado di continuare a sostenere il nostro operato, ma fortunatamente la BDA ha preso l’impegno di fornire il finanziamento necessario garantendo il sostegno al gruppo esistente. Dall’epoca di queste prime iniziative siamo cresciuti fino a diventare un comitato di 11 membri che si incontrano regolarmente quattro o cinque volte all’anno.

A volte qualcuno pone un quesito: “La musica può essere una cura per la dislessia?”. Tenendo conto dei contenuti di questo libro, una simile domanda è inappropriata. Come si vedrà chiaramente in un certo numero di capitoli, l’essere dislessico comporta vantaggi e svantaggi – e nessuno vorrebbe “curare” i vantaggi! Riguardo agli svantaggi, piuttosto che parlare di “cura” è forse più opportuno pensare di fornire ai dislessici le strategie più adeguate per ridurre al minimo gli effetti negativi della loro dislessia. È possibile che l’attività musicale, per esempio cantare melodie tradizionali sincronizzando ritmo musicale e movimenti del corpo (si veda Overy, 2000), sia di aiuto anche in altri settori dell’apprendimento. Tuttavia, la “musicoterapia” – nel senso dell’uso della musica per eliminare stress e tensione – è un argomento molto diverso, che va al di là dello scopo di questo volume.

Nel libro alcune idee possono presentarsi più di una volta. I curatori le hanno lasciate intenzionalmente poiché servono a sottolineare il fatto che certe strategie sono sembrate utili a più di un autore. Il libro è innanzi tutto una testimonianza delle esperienze di persone diverse e tali esperienze possono o meno essere simili. Nessuno dei capitoli, eccetto i capp. 5 e 11, sono apparsi in precedenza nella forma attuale. Nel caso del cap. 5, scritto da Caroline Oldfield, ringraziamo gli editori della rivista Pan, giornale della British Flute Society, per il permesso di utilizzare questo materiale. Nel caso del cap. 11, di Jacob Wiltshire, i ringraziamenti sono dovuti a John Wiley & Sons, editori di Dislexia: An International Journal of Research and Pratice Volume 2 (1), dove lo scritto di Jacob è apparso per la prima volta.

Il materiale descritto nel cap. 20 (Margaret Hubicki, Colour Staff) apparve per la prima volta nel 1970, ma non nella forma attuale.

Nel raccogliere questi contributi così diversi abbiamo incontrato molte “gemme” da condividere con i nostri lettori. Quella di p. 20 sarà ben nota agli specialisti di dislessia, ma abbiamo comunque ritenuto che valesse la pena di riproporla. Queste “gemme” sono state collocate in riquadri alla fine di ogni capitolo. Gli autori dei capitoli non sono responsabili del contenuto del relativo riquadro, eccetto che per i capp. 4, 6 e 9.

Il libro non tratta degli errori di ortografia dei dislessici, quindi tali errori sono stati corretti. La sola eccezione a questa scelta si troverà nel cap. 17, dove gli errori di James, il corista di cui parla Sheila Oglethorpe, sono stati conservati poiché dimostrano come un corista di successo possa comunque avere dei problemi in quell’ambito.

Alla fine del libro abbiamo incluso alcuni suggerimenti per ulteriori letture. Questi sono seguiti da una bibliografia che documenta tutti i riferimenti apparsi nei capitoli del libro.

Abbiamo scelto come sottotitolo “Aprire nuove porte”. La nostra speranza è che se tutte le parti in causa – genitori, scuole, college, amici, amministrazioni locali, insegnanti e tutor di musica, per nominarne solo alcuni – faranno la loro parte con impegno, queste porte si apriranno almeno in parte.

Infine voglio esprimere la nostra gratitudine al gruppo della British Dislexia Association per il sostegno offerto negli anni al gruppo di Music and Dislexia, e in particolare a Joanne Rule per il suo attivo ed entusiastico incoraggiamento.

T.R. Miles e John Westcombe
Novembre 2000

Se qualcuno cerca una definizione netta e univoca della dislessia, un identikit chiaro che consenta di riconoscere il dislessico fra i banchi di scuola o nelle aule di un conservatorio con una sola occhiata, allora questo libro non fa per lui.

Ma se invece di inseguire certezze spera di trovare la descrizione vera di un problema complesso e per certi aspetti inafferrabile, che crea tante difficoltà di apprendimento e di crescita a chi ne soffre, allora il libro non lo deluderà.

Tutte le testimonianze contenute in questo libro mostrano una faccia diversa del problema: chi ha problemi di intonazione e chi invece ha un orecchio così sviluppato da cogliere problemi di intonazione fra gli strumenti dell’orchestra. Chi ha problemi di lettura a prima vista e chi invece legge a prima vista, magari utilizzando figurazioni del tutto originali. Chi ha il senso del ritmo e impara rapidamente a memoria e chi invece incontra difficoltà proprio in questi aspetti.

La musica comunque è un ambito molto interessante per conoscere la dislessia. Intanto è un codice universale, che non presenta differenze ortografiche fra i vari paesi: non vi è dunque differenza di fronte alla musica fra un dislessico inglese ed uno italiano o cinese. Tutti incontrano lo stesso codice e le differenze nella riuscita dipendono, come abbiamo già accennato, dalle caratteristiche peculiari che il disturbo assume e non dalla consistenza fra il codice parlato e il codice scritto.

La musica ha un sistema di trascrizione regolare, basato su una codifica spaziale (il pentagramma) ed è costituito da pochissime unità (le 7 note) che tuttavia si riproducono ricorsivamente andando verso l’alto o verso il basso con successioni che vengono chiamate scale. Infine vi sono da imparare un limitato numero di regole che definiscono la durata dei suoni e la loro variazione.

Sulla base di questi elementi la musica viene considerata un sistema di trascrizione altamente regolare, ma in realtà esso è anche altamente irregolare, dato che la stessa nota può essere scritta in modo diverso a seconda della sua altezza o della chiave adottata.

Riferendoci al sistema di codifica delle parole, le note potrebbero essere considerate unità omofone non omografe. Per esempio un do suonato da un violino si può scrivere sotto il pentagramma, oppure nello spazio fra il 3° e il 4° rigo, a seconda dell’altezza. Invece avrà posizioni diverse sul pentagramma se è diversa la chiave in cui viene scritto. Di conseguenza succede che ad esempio un suonatore di tromba o un pianista leggeranno la stessa nota scritta in due modi diversi. Quindi gli strumenti musicali hanno ciascuno una propria lingua, ma per chi studia musica, come del resto per chi va a scuola, vi è la necessità di imparare più lingue.

Inoltre le note vengono modificate da alcuni accidenti (diesis e bemolle) che determinano, a volte in modo stabile per tutta la durata di un pezzo, a volte in modo temporaneo, una modificazione della nota.

Insomma la lettura della musica richiede un impegno abbastanza intenso per alcune funzioni cognitive come ad esempio la memoria di lavoro e il sistema attentivo, in quanto chi suona deve ricordare che valore deve attribuire ad una nota a seconda della chiave in cui è scritta e degli accidenti che stanno all’inizio del pezzo, la durata delle note e spesso considerare simultaneamente note che hanno una durata diversa fra loro.

Come si vede il sistema “notazione musicale” non è così semplice come sembra e proprio questa complessità fa sì che esistano varie manifestazioni della difficoltà nell’apprendimento della musica.

La musica è certamente una modalità espressiva che spesso si manifesta come una predisposizione personale, un’attrazione insopprimibile che coinvolge un bambino o una persona, ma poi, perché questa predisposizione si sviluppi, è necessario entrare nel sistema di codifica e fronteggiare le difficoltà che ho brevemente esposto.

Nelle storie che vengono raccontate in questo libro il punto di crisi si manifesta proprio quando il bambino viene avviato ad un apprendimento sistematico della musica. Ovviamente è a quel punto che il disturbo specifico di apprendimento (la dislessia) si frappone fra il piacere di suonare e la necessità, per andare avanti, di imparare il codice musicale.

Quello è il momento in cui, per non lasciar cadere una passione, come in genere viene definita l’attrazione verso la musica, l’insegnante deve saper comprendere le difficoltà del suo studente ed aiutarlo a superarle. In questo libro viene esposto addirittura un metodo che un’insegnante ha sviluppato per aiutare i bambini dislessici ad imparare la musica e comunque spesso nelle esperienze vengono riportati aiuti e comprensione da parte degli insegnanti.

Naturalmente lo sforzo che viene ricordato dai vari testimoni per apprendere la musica e le frequenti frustrazioni subite soprattutto al momento delle verifiche sono le stesse di tutti i dislessici e sono quelle che riconosciamo in tutte le loro testimonianze sull’esperienza scolastica.

Ma proprio perché riconosciamo questa somiglianza nell’esperienza di apprendimento e nelle difficoltà che questa comporta, ci pare importante sottolineare alcuni aspetti positivi che abbiamo colto nell’esperienza dei musicisti dislessici e che potrebbero essere riportati come validi per l’apprendimento scolastico in generale.

Innanzitutto l’atteggiamento di aiuto e di comprensione da parte degli insegnanti sembra quasi una costante nelle storie dei dislessici. Forse questo dipende dal fatto che lo studio dello strumento musicale richiede un rapporto individuale alunno – insegnante, e questo favorisce l’individuazione di strategie di adattamento utili per il singolo individuo. O forse la riuscita dipende dal fatto che lo studio dello strumento musicale richiede a chiunque lunghe ore di applicazione e dunque predispone l’insegnante ad una maggiore pazienza nell’attesa dei risultati.

In secondo luogo, per chi come lo scrivente, conosce un po’ i conservatori italiani per averli direttamente frequentati, vi è la sorpresa nel vedere come i docenti di queste storie sono attenti a seguire i bisogni dei ragazzi, con la preoccupazione di non perdere nemmeno una risorsa per la musica e per la funzione che svolge nella formazione culturale dell’individuo. La dimensione pedagogica sembra dunque curata al pari della capacità musicale nella formazione del docente, mentre sappiamo che questa è una carenza di tutti gli insegnanti della scuola secondaria italiana, retaggio del modello della scuola dell’insegnamento e dell’insegnante che si basa sull’assioma: io insegno perché so, e tu devi imparare. In questa ottica l’insegnante non deve preoccuparsi del perché l’allievo non apprende, deve solo valutarlo, mentre è un compito dell’allievo adeguarsi.

Nei nostri conservatori spesso i genitori di ragazzi dislessici riferiscono lo sconfortante commento dei docenti: il ragazzo ha qualità, ma non sa leggere a prima vista, non si applica abbastanza. Potrei elencare le esperienze di chitarristi, o cantanti, o violinisti che non hanno potuto proseguire la loro formazione musicale nei conservatori a causa di queste loro difficoltà. E questa è la conseguenza dell’assioma appena enunciato. Nessuno si preoccupa di capire perché. Eppure, a differenza della frequenza ad una scuola secondaria superiore, la scelta di un conservatorio è sempre basata sulla motivazione e sull’interesse. Non dovrebbe questo elemento suscitare qualche interrogativo all’insegnante che si trova davanti un allievo con queste difficoltà? L’argomento motivazione, che maschera spesso la mancanza di sforzi per capire una situazione di difficoltà di apprendimento, in questo caso non dovrebbe valere.

Sembra invece che i conservatori italiani siano rimasti impermeabili a tutto quello che è successo nel mondo della scuola a proposito della dislessia.

Le storie (tutte premiate dal successo) riportate in questo volume, oltrechè gli interessanti contributi didattici saranno certamente utili a chi vorrà cambiare questa situazione e, in ogni caso, ne sono certo, aiuteranno molti dislessici con la passione per la musica, a coronare il loro sogno di diventare musicisti.

Giacomo Stella

«Aprire nuove porte» significa, in questo caso, mostrare come il mondo della musica possa accogliere chi è affetto da dislessia fino a rappresentare, come in diversi casi illustrati nel volume, un lavoro soddisfacente e a volte prestigioso.

Molte attività musicali, forse grazie anche alla forte componente manuale e motoria presente in esse, possono diventare un terreno fecondo per il dislessico. Un terreno professionale e lavorativo ben più ampio di quello circoscritto alle attività più fortemente manuali (estetista, massaggiatore, cuoco, meccanico, disegnatore, ecc.) verso le quali ancora oggi convergono molti dislessici.

Non solo: la musica rappresenta un ottimo campo di possibili professioni ma, è dimostrato, la pratica musicale migliora il ritmo di apprendimento di un dislessico anche in tutti gli altri settori dello studio. Esattamente come avviene per le persone non dislessiche.

Inutile dire che una pubblicazione come questa rappresenta una novità assoluta per il panorama editoriale italiano. Mai, fino ad ora, ci si era occupati delle relazioni fra musica e dislessia con una pubblicazione di tale peso e prestigio. Si apre quindi veramente una porta in un settore della didattica musicale mai prima d’ora esplorato e documentato. Una porta fondamentale, visto che nelle scuole musicali italiane regna il buio più totale su come operare didatticamente e pedagogicamente in caso di studenti dislessici.

Ci sono almeno tre buoni motivi per i quali un insegnante, o chiunque si trovi a svolgere un qualche compito didattico, dovrebbe leggere questo libro.

Il primo, e forse più importante, è la curiosità con la quale chiunque, ma soprattutto un educatore, dovrebbe “divorare” tutto quanto ha a che fare con i meccanismi attraverso i quali la nostra mente e il nostro corpo comunicano e interagiscono con l’ambiente. In particolare quei materiali, ed è il caso di questo libro, che affrontano quei casi particolari dove i meccanismi ordinari di interazione con l’ambiente non funzionano o funzionano in modo diverso dal solito. È assolutamente ovvio, ad esempio, che quasi tutte le conoscenze che noi abbiamo sul funzionamento “normale” dei nostri sistemi cognitivi ci vengono dall’osservazione e dallo studio di quei casi dove, per un qualche motivo, le cose “non vanno per il verso giusto” e il meccanismo si inceppa o funziona stranamente.

Studiare la dislessia è innanzitutto un ottimo metodo per avere le idee più chiare sui meccanismi generali della lettura e della scrittura e di tutte le operazioni connesse a tali compiti.

In questo caso il libro, tradotto magnificamente da Matilde Bufano e Manuela Daverio, ha una ricaduta che va molto oltre il semplice approfondimento del tema “dislessia” per arrivare a toccare comportamenti che toccano aspetti assai più generali di quelli specifici di chi è affetto da questa sindrome.

Il secondo motivo che dovrebbe spingere ogni educatore a tuffarsi nella lettura è che il testo, per come è strutturato e per il merito grandissimo di “dare voce” agli stessi dislessici, ci porta gradualmente a “metterci nei panni” di chi è affetto da tale “sindrome”. È un passaggio comunicativo essenziale. Il lavoro dell’insegnante, del maestro, dell’educatore, del docente consiste essenzialmente in questo: nella capacità di “mettersi nei panni” e nella pelle dei propri studenti e di individuare così le strategie più efficaci e pertinenti di intervento, di azione, di comunicazione, di studio, ecc. Il racconto è lo strumento essenziale di questa operazione, e tale è stato fino dagli albori della comunicazione: ognuno di noi è un grande consumatore di “storie”, di “racconti” di “narrazioni” attraverso le quali sperimentiamo prospettive, situazioni, eventi, che entrano nel nostro bagaglio cognitivo e comunicativo.

Il terzo motivo che dovrebbe sedurre definitivamente il lettore è che nel testo si presentano alcune informazioni essenziali sull’argomento dislessia con una chiarezza espositiva capace di conquistare anche il più pigro lettore. Non è un merito letterario, è un merito pedagogico, perchè la comprensibilità, la chiarezza, la precisione, possono essere raggiunte in molti modi, ma fra tutti il più difficile e il più efficace è proprio la semplicità nella comunicazione verbale.

Quindi il lettore non sarà sommerso da valanghe di dati, di tabelle, di statistiche, di grafici, non sempre di facile decifrazione; ma sarà portato gradualmente ad aprire una “nuova porta” sul variegato e articolato mondo della dislessia.

Oltre questa soglia ci sono tutti gli approfondimenti e le specializzazioni possibili. Infine alcune considerazioni in qualche modo trasversali.

Per un musicista-didatta, la lettura di molte pagine provoca quello strano fenomeno che capita immancabilmente agli studenti di medicina quando iniziano a studiare i loro primi manuali universitari: avvertono su se se stessi molti dei sintomi connessi alle patologie che stanno studiando.