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Nini Giacomelli

in collaborazione con

Lucia Carenini

OCCHI DI RAGAZZO

Sergio Bardotti:
Un artista che non ha mai smesso di sognare

RUGGINENTI

Occhi di ragazzo / Sergio Bardotti: un artista che non ha mai smesso di sognare

A Sergio

 

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La logica faceva a cazzotti
Col volo alto di Bardotti

Colto egli era, ma uomo di baldoria
Eppur le sue intuizion han fatto storia

Provinciale davvero era il mondo musicale
Lui aveva mente e cuore a vocazion mondiale
Arte dell’incontro era per lui la vita
Con mestiere e passion nel tempo mai sopita

Concerti grossi e primedonne affascinanti
Già: lui certe star-donne le curava come amanti
Qui ci va un minore, là una diminuita
E sui dettagli spesso vinceva la partita

Un pezzo di storia, (e del nostro cuore)
Hanno preso il volo senza far clamore

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Tenco 2004 - Foto di Ida Cassin - Studio Brenzoni Verona

Per chi è abituato a pensare che sia fondamentale passare sui media, il mestiere dell’autore di canzoni (o dell’autore televisivo) è sicuramente frustrante. Perché l’autore è inesistente. Può fare anche delle hit o programmi dai grandi indici di ascolto, ma rimane pur sempre invisibile.

In realtà il “non esistere” può essere anche frutto di una scelta. In genere chi scrive (a meno che non si tratti di un cantautore) sceglie infatti un lavoro da svolgere dietro le quinte perché ha voglia di riservatezza. Al di là di questo, la canzone, per il pubblico, “è” dell’interprete, che a volte se ne appropria al punto tale da dimenticare egli stesso di non esserne l’autore.

D’altronde, raramente il pubblico va al di là dell’ascolto della canzone e, per finire, gli autori sono sempre scritti in caratteri di stampa minuscoli. Bisogna cercarli. Bisogna volerli cercare. Sfuggono spesso persino all’occhio distratto di chi tenta, in questo secolo buio, di fare delle recensioni.

Credo di aver sentito nominare gli autori dei brani solo durante la Rassegna del Tenco e in poche altre occasioni…

Sugli schermi nazionali, mentre il cantante esegue il pezzo, difficilmente appaiono in sovrimpressione i nomi di chi quel brano l’ha scritto o musicato. Questo spiega in parte perché, nonostante abbiano fatto la storia della canzone degli ultimi cinquant’anni, anche Maestri come Sergio Bardotti continuino ad essere sconosciuti al grande pubblico.

E questo introduce anche la ragione per la quale si pone la necessità di parlarne. Di dare un viso, un corpo, una voce a chi ha dato il cuore e l’anima per la musica, per la canzone. Canzone d’autore, s’intende. Peccato che, in genere, questa necessità si avverta solo dopo che questi personaggi ci hanno lasciato.

Il compito di rievocare non è semplice. Non è facile lasciare ai ricordi un respiro. Raccontare una vita professionale, cercare di ricostruire un puzzle che non sia fatto solo di titoli ed eventi ma che abbia anche i colori dell’umanità del personaggio. Parlare di Bardotti senza poter interloquire direttamente con lui, con il Bardotti affabulatore, divertente e divertito, può diventare, a tratti, persino doloroso.

Ci proviamo, comunque, tenendo davanti agli occhi il suo sorriso.

Non parleremo delle sue fatiche, della sua malattia e dei suoi funerali.

Sergio, ironico com’era, avrebbe trovato il modo di ridere anche del proprio. Chissà che cosa avrebbe detto della cravatta che gli hanno fatto indossare per il suo ultimo viaggio, lui che la cravatta la metteva così raramente e così di malavoglia…

Troverebbe sicuramente il modo di farci sorridere, come se questa assenza fosse niente, come se non fosse davvero destinato a mancarci, per sempre. Sergio era così. Sdrammatizzava. Sempre.

In effetti, prima di noi, a ricordare Sergio Bardotti, ci hanno pensato i ragazzi del Tenco: Sergio Secondiano Sacchi e Enrico de Angelis, realizzando, per la Rassegna 2008, il volume Se tutti fossero uguali a te (ed. Zona) e un doppio CD dal titolo Bardòci (Ed. Ala Bianca): due pubblicazioni molto importanti, alla realizzazione delle quali ho dato anch’io un contributo.

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Era tuttavia mia intenzione produrre per Sergio anche qualcosa di meno “ufficiale”, qualcosa che esulasse da una analisi filologica o da una raccolta bibliografica della sua produzione, qualcosa di più simile a lui per come io l’ho conosciuto, qualcosa che, come lui, non desse importanza all’abito ma al cuore. Volevo insomma entrare nella dimensione del personaggio: restituire generosità a chi ha vissuto di generosità.

È forse per effetto di quella pazzia sottile, sottocutanea che appartiene un po’ all’universo femminile, che spinge a voler dare colore e calore a un’assenza fino a trasformarla in presenza.

Avevo bisogno però di una mano. E chi poteva seguirmi se non una donna di penna, di cuore e di musica?

Lucia Carenini, giornalista e fotografa, ha fatto subito suo il progetto. E così è nata l’idea di questo libro, idea che si è sviluppata tra Milano e Ischia, dove ci siamo rifugiate per qualche giorno, e che poi ha cominciato a prendere corpo piano piano.

Abbiamo affrontato il lavoro con non poche incertezze, sicure di una sola cosa: era di un uomo a modo suo speciale che volevamo parlare.

Era il Sergio Bardotti traduttore, autore, musicista, poeta la persona di cui volevamo narrare.

E abbiamo voluto farlo in modo corale, dando voce a più testimonianze. Per questo abbiamo chiesto interventi agli amici, che ringraziamo per la loro generosa collaborazione, abbiamo raccolto ricordi e aneddoti.

E insieme, con i nostri tempi così diversi - Lucia, calma e tranquilla; io, confusa e ansiosa, ma instancabile nel bussare alla porta di tutti coloro che potevamo interpellare - siamo salite su questa barca, lasciandoci trasportare ovunque la corrente Bardotti ci ha portato.

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Prima stesura del testo di “La gonna” dal disco LP “2301 parole” di Ornella Vanoni - 1981.

Nini e io ci siamo conosciute per caso verso la metà degli anni settanta, a Milano, nella modesta abitazione di sua zia Catina e di suo zio Federico. Federico Sorbaro era stato un personaggio di spicco della resistenza cattolica antifascista e mio marito e io, che eravamo agli inizi dell’attività giornalistica, lo frequentavamo, con simpatia e con affetto, per raccogliere testimonianze e documenti sul movimento cattolico. Nini era lì in visita. Era una ragazzina tutto pepe, dallo sguardo vivace e determinato ma sognante. Era anticonformista, lo si capiva subito. Era impulsiva, vulcanica ed estroversa. Io, invece, ero una ragazza acqua e sapone, quasi all’antica. Ero misurata, pacata, riflessiva. Ma ci intendemmo subito.

Ci accomunava forse la tensione a una progettualità fuori dagli schemi, la voglia di affrontare e vincere sfide importanti. La nostra frequentazione continuò e si infittì quando, qualche tempo dopo, alla morte di Sorbaro, l’anziana zia Catina tornò nella nativa Valle Camonica, e per l’esattezza a Breno, per vivere i suoi ultimi anni accanto alla sorella e al cognato - che erano i genitori di Nini.

Ogni volta che andavo a trovare Catina Sorbaro - e accadeva abbastanza spesso - incontravo anche Nini. Quasi ci attraesse una calamita, ci appartavamo nel salotto di sua zia e facevamo a gara nel raccontarci i nostri “lavori in corso”, i nostri progetti e i nostri sogni.

Lei, mi diceva, era entrata, quasi per gioco, nel mondo della musica leggera. Aveva scritto alcuni testi per canzoni e li aveva mandati a Ornella Vanoni, che li aveva apprezzati e che aveva incaricato Sergio Bardotti di contattare la giovane e promettente autrice. Ecco dunque: Sergio. Quando Nini ne faceva il nome - in quella casa antica in pietra grigia dai davanzali fioriti di grandi, meravigliosi gerani rossi, là, in quel borgo strappato al passato e protetto dalle imponenti montagne della Valle - facevo davvero fatica a immaginare che quel “Sergio” potesse essere il famoso Maestro Bardotti, quello che firmava i maggiori successi musicali dell’epoca, da Perché non dormi fratello a Occhi di ragazza, a Piazza Grande. In quegli anni le canzoni rappresentavano una colonna sonora importante nella vita delle persone e Bardotti era un nome. Come poteva essere, dunque? Nini era di casa lì, sui bricchi, e Bardotti nella capitale.

Doveva essere un’omonimia, mi dicevo.

Negli anni successivi, dovetti però convincermi che “quel” Sergio era proprio il Maestro Sergio Bardotti. Non ho mai osato, comunque, chiedere a Nini più di quello che mi raccontava. Non volevo sembrare curiosa, né tanto meno essere indiscreta.

Constatavo semplicemente, in occasione dei nostri incontri, fattisi poi sempre più sporadici, che, almeno per un certo numero di anni, la vita di Nini era come plasmata dalla presenza di “Sergio”. Che ho inaspettatamente incontrato, ormai nei primi anni duemila, quando ha assunto le vesti di direttore artistico di un evento ideato e curato da Nini per la Valle Camonica: il Festival Dallo Sciamano allo Showman. Eccolo, il Maestro Sergio Bardotti, seduto accanto a Nini al tavolo dei relatori, in occasione della conferenza stampa milanese di presentazione di una delle edizioni del Festival. Appariva un po’ sciupato e stanco, a dire il vero, ma era un piacere ascoltarlo. Sì, era un grande affabulatore. La sua carica di humour sottile lo rendeva molto simpatico e lasciava trasparire una vasta cultura, assolutamente non ostentata. Doveva essere interessante e stimolante lavorare con lui. Quando poi ho saputo della scomparsa di Sergio, nell’aprile del 2007, ho subito preso in mano il telefono per chiamare Nini: “Mi dispiace molto”, le ho detto. Lei stava partendo per Roma, per essere presente all’ultimo saluto che il mondo della musica leggera ha tributato a uno dei suoi più grandi autori.

Una storia con la s maiuscola

Sono passati ormai più di due anni da quel mese di aprile e oggi incontro Nini. Ho pensato che, con garbo, le chiederò di parlarmi di loro. Nini mi toglie subito d’impaccio, perché è lei che, inaspettatamente, alza di sua iniziativa il velo sul suo particolarissimo sodalizio con Bardotti.

Conferenza Stampa Festival 2004:
Sala Stampa Regione Lombardia, con l’Assessore Regionale Massimo Zanello ed Enzo Braschi.

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Festival Dallo Sciamano allo Showman 2004:
Si prepara la puntata RAI con il regista Gabriele Marchesini.

“Io devo molto a Sergio”, mi confida, senza reticenze nel mettere a nudo i suoi sentimenti e la riconoscenza nei confronti del Maestro. “Se sono quello che sono, è anche grazie a lui. E mi piace condividere con altri i momenti professionalmente belli che abbiamo vissuto insieme, i punti d’incontro che c’erano tra di noi e che hanno permesso una profonda intesa artistica. Sergio viveva sollevato due metri da terra. Io sono una montanara e ho un legame molto forte con la ‘terra’, ma mi sento proiettata nell’aria e nella musica dei grandi spazi. Così ci siamo incontrati quasi per caso, e nel vento”.

Ecco pertanto che si tratteggia la loro storia.

Quando Nini e Sergio si conobbero, erano i primi anni ottanta. Per l’esattezza era il 6 gennaio 1981. Sergio era già un uomo maturo, affascinante. Era un produttore e autore affermato. “Possedeva una dialettica straordinaria”, ricorda Nini, che non intende minimamente frenare la sua ammirazione, “ma allo stesso tempo era di una semplicità disarmante. Aveva una capacità di autoironia che solo i grandi sanno avere. Era un meraviglioso uomo di musica e parole. E aveva sempre il sorriso sulle labbra, un sorriso che non si arrendeva mai. Io ero poco più di una ragazzina. Avevo appena chiuso una storia sentimentale importante proprio per dare spazio al mio bisogno di aria, di sogni, di libertà. Ero anche un tantino anarchica”.

Non erano però solo la musica e le parole a legare Nini e Sergio, ma anche la curiosità, la voglia di sognare, di vivere fuori dalle convulsioni della realtà, dalle tristezze del quotidiano, dai nomi delle cose. Sempre e a dispetto di tutto. Li univa una specie di “leggerezza dell’essere”, afferma Nini con una voce leggermente roca che dà spessore alle sue parole. Insieme hanno scritto, cantato, riso, costruito, demolito, viaggiato. Hanno vissuto “appoggiando i piedi per terra solo di tanto in tanto”, per ritrovarsi davanti a un bicchiere di vino, di pane e salame, di gorgonzola, o di cassoeula, quella cassoeula che la mamma di Sergio, Nimi, cucinava magistralmente per loro. “Sono stati anni di sogno”, conclude, precisando che poi, verso la fine degli anni novanta, lei e Sergio si sono persi di vista. Sergio si dedicò alla TV, anche per questioni economiche (perché non era facile vivere solo di canzoni, nemmeno per lui), Nini al teatro. Si sono ritrovati qualche anno dopo, ormai maturi entrambi, per riprendere a lavorare insieme a nuovi progetti comuni. Sergio abitava allora da solo, sempre a Roma, in un appartamento accanto a quello della madre, ormai vedova da tempo, e si occupava personalmente di lei, aiutato da una badante. “Fui io a telefonargli”, confessa Nini. La conosco abbastanza bene, ormai. So con quale slancio sa agire, sempre pronta a tuffarsi con entusiasmo e con generosità in nuove avventure. “Lo chiamai per proporgli la Direzione Artistica del Festival Dallo Sciamano allo Showman. Ed è stato come se ci fossimo visti il giorno prima. Ventiquattro ore dopo, Sergio era in Valle ad aiutare Bibi Bertelli e me nella costruzione della rassegna”.

Una collaborazione fruttuosa

Mi sono sempre chiesta dove e come Nini e Sergio abbiano potuto lavorare insieme. Nini legge nei miei pensieri e abbozza il profilo di un maestro severo, di un compagno di lavoro esigente, e allo stesso tempo di un amico di giochi e di avventure straordinarie: un clown, un bambino…

“Prima di mettere sulla carta pensieri e appunti di testi, parlavamo, parlavamo per ore, per giorni, spesso viaggiando per mete ‘curiose e sconosciute’, al seguito di un evento culturale o culinario, o semplicemente ‘per il gusto di andare altrove’. Poi, quando quello che ci occorreva sapere si era sedimentato nelle nostre menti, ci rifugiavamo da qualche parte. A volte qui in Valle, in una baita, una ‘bardola’ diceva lui, in alta montagna, a Lozio, oppure al mare o al lago, o nella sua amata Val Versa, dove cercavamo ‘quel salame’ che, quando era maturo al punto giusto, si sposava stupendamente con il Moscato di Volpaia. Ci mettevamo doppie cuffie collegate e, armati dei nostri quadernoni vecchio stile, quelli blu a righe, scrivevamo. Lavoravamo con grande serietà, ma divertendoci. Era bellissimo quel ‘pensare insieme’, quel convergere di idee che nasceva dalla discussione e dal confronto. Era una specie di sana follia la nostra”.

Dal Maestro Bardotti Nini ha imparato anche a tradurre i testi delle canzoni secondo un metodo sicuramente originale: per prima cosa Sergio le faceva riscrivere la canzone secondo la pronuncia, così da consentirle di acquisire, di quella canzone, “la musicalità” ancor prima della metrica. E da farle mantenere quella musicalità tenendo conto, dove possibile, delle rime, delle consonanze, delle allitterazioni, dei parossitoni, sempre rispettando la poetica.

“Fare tutto questo quando la canzone da tradurre era in portoghese e portava la firma di Chico Buarque de Hollanda era un gran bel match. Chico giocava con le parole, le plasmava, ne faceva uscire altre. Sapevo come componeva le sue canzoni. Eravamo stati suoi ospiti in Brasile. Si divertiva cercando impossibili etimologie, scherzando con gli acrostici, con le sciarade”, ricorda divertita Nini. Io ho tradotto testi di letteratura e di saggistica e capisco bene quello che intende. So come sia sempre in agguato il rischio di tradire anziché tradurre.

“Era diverso per i testi dall’inglese. Lì il testo spesso lo lasciavamo perdere e si andava dritti sui suoni. Sergio mi trasmetteva la sua curiosità per i mondi lontani, per le culture diverse di cui le canzoni erano espressione. Credo di avere imparato a vedere le cose attraverso i suoi occhi ancor prima di essere riuscita a vederle da sola con i miei”.

Dovette vederle da sola le cose, però, nel 1989. Quando Sergio arrivò a Breno con le canzoni di Charles Aznavour da tradurre per l’LP “Momenti sì, momenti no” e le chiese di cimentarsi da sola in quell’impresa. Sergio, ovviamente, avrebbe rivisto il lavoro e vi avrebbe messo del suo. Avrebbe fatto “volare” i brani.

Ma quella volta Nini doveva dimostrare al Maestro di saper fare con le sue sole forze.

“Sempre a proposito di traduzioni, e sempre rimanendo in ambito linguistico francese”, continua Nini, “c’è una canzone tradotta alla quale sono particolarmente legata, una canzone per la quale si è viaggiato più sul sottile, sull’ironia, sull’eufonia. È una canzone molto femminile, che esprime quella dolcezza crudele che solo le donne sanno ben interpretare. Ma Bardotti sapeva anche essere androgino nello scrivere, sapeva penetrare l’eterno femminino fino a farne parte. Si tratta del brano I grandi cacciatori (1983), contenuto nell’LP di Ornella Vanoni dal titolo ‘Uomini’. La canzone originale si intitolava Chasseur d’Ivoire ed era stata scritta nel 1981 da Serge Gainsbourg su musica di Alain Chamfort. Fu prodotta anche una versione numerata dell’LP, molto raffinata, con un progetto grafico di Franco Maria Ricci e la plaquette curata da Martina Vergani. Le canzoni erano abbinate a poesie e personaggi di grande fascino come Hemingway”.

Ascoltando i testi di Bardotti si coglie in effetti quella straordinaria capacità di “volare” che dà loro un inconfondibile tocco di poesia, quel tocco che trasforma la tecnica dello scrivere in magia dello scrivere. Quel tocco attraverso il quale Bardotti ha saputo esprimere e raccontare l’inesprimibile, l’ineffabilità dei sentimenti: il tempo, la nostalgia, l’amore, la fine. Con mano leggera, ma ferma. Leggendo le numerose fiabe e filastrocche che Nini Giacomelli ha scritto nel corso degli anni si riconosce l’impronta del Maestro.

Nini ha peraltro sempre conservato tutto del lavoro fatto con lui: dagli scritti importanti alle traduzioni “imparaticce”, alle registrazioni che Sergio faceva mentre improvvisava al pianoforte, servendosi delle canzoni per comunicare un’emozione, un disagio, per divertirsi, per provocare.

“Aveva una vena scherzosa inesauribile”, dice Nini, “che divertì tutti quando realizzammo l’LP di Dario Baldan Bembo ‘Spirito della Terra’, nel 1982. Si registrava in un grande prato a Maggiora, e si viveva tutti - tecnici, musicisti, fonici e autori - in camper e roulotte. Tutti lì. Sergio, nominato cappellano del campo dal Capitano Dario, aveva inventato l’alzabandiera con appello al mattino e la preghiera della sera. Al suono della tromba eravamo tutti lì sul prato, in ordine e schierati. Sergio pronunciava addirittura in tedesco l’introduzione all’appello. Era un giocherellone.”

Mi sembra anche di capire, dal ritratto che sta prendendo corpo, che gli importava probabilmente più la possibilità di cogliere il gusto di ciò che andava costruendo che non quella di coglierne i frutti economici (un male comune, purtroppo, a molti di noi che ci riteniamo comunque appagati dalla possibilità di svolgere un’attività appassionante). Vengo ad esempio a scoprire - e per me è davvero una sorpresa, perché mi riesce difficile pensare a un artista che non sia egocentrico - che raramente Sergio scriveva i testi da solo. Amava scrivere divertendosi e gli piaceva farlo in compagnia. Non gli importava il guadagno fine a se stesso.

“Mi piace ricordare quando, al Tower Center di New York, digitando per gioco il mio nome mentre cercavo delle musiche per uno spettacolo teatrale in allestimento, vidi apparire sul monitor del computer i titoli di quattro CD di Céline Dion che contenevano Hymne a l’amitié (Amico è). Senza preoccuparmi del fuso orario, tirai giù dal letto Bardotti, anche lui ignaro della cosa. Ci fece piacere scoprire di essere finiti nelle hit parade internazionali, ma non ci confortò la constatazione del fatto che questo ci aveva fruttato praticamente poco o nulla dal punto di vista economico. Tra l’altro Amico è è stata poi tradotta in moltissime altre lingue: dal finlandese al portoghese, allo spagnolo, all’inglese, al tedesco, al ceco… e cantata da molti cantanti stranieri noti. Ma a noi non venne di certo quello che il tanto osannato ‘diritto d’autore’ avrebbe dovuto assicurarci”.

La parentesi brasiliana

A proposito di diritto d’autore, pensando agli scritti di Nini, mi torna alla mente una sua opera particolare che si intitola Fiori Disseccati ed è una raccolta di racconti e poesie scritti e pubblicati nel 1988 dopo una lunga permanenza in Brasile con una troupe della Rai. Anche la conoscenza del Paese latino-americano che Nini ha acquisito in quell’occasione è stata illuminata dalla presenza di Bardotti al suo fianco.

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Rio de Janeiro 1982: Carlinhos Vergueiro, Chico Buarque de Hollanda, Nni Giacomelli, Sergio Bardotti.

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Rio de Janeiro 1985: la Politheama, squadra di calcetto formata da artisti, di cui Bardotti era Presidente, vince per il terzo anno consecutivo lo Scudetto.

“Quello che mi piace chiamare ‘il periodo brasiliano’ è stato uno dei periodi più prolifici della mia collaborazione con Sergio, che era autore, nel periodo 1983-1984, della trasmissione televisiva Te lo do io il Brasile, con Beppe Grillo: una specie di diario di viaggio di un italiano che coglieva con ironia gli aspetti più divertenti degli usi e costumi del Brasile per l’appunto”.

Racconta Nini che proprio quello è stato il periodo della traduzione delle canzoni di Chico: ad esempio La ballerina (Ciranda da Bailarina), che Sergio stesso cantò durante la relazione di Nini nel corso di un convegno su Virgilio Savona al Tenco 2004, quando Ida Cassin gli scattò foto incredibili e stupende, “rubandogli” le sue espressioni più particolari.

“Fu anche il periodo di Vita (Vida), Facendo i conti (Trocando em miudos) - cantata da Tosca e Chico - dell’Inno del Breno (Hino do Politheama), che realizzammo per la squadra del mio paesello natio. Il Politheama è la Squadra di calcio di Chico, composta da artisti, di cui Sergio era Presidente”, Nini riversa senza pausa ricordi velati di nostalgia. “Ricordo le cene a casa di Chico, alle quali partecipava l’élite del mondo culturale brasiliano. Della nostra troupe c’erano sempre Antonio Ricci e sua moglie Silvia Arnaud, esperta in Storia dell’Arte. Ricordo gli incontri con Tom Jobim, con il pittore Calasans Neto, con Carlinhos Vergueiro, con Gilda Mattoso, la moglie di Vinicius de Moraes. Sergio era calato nella realtà brasiliana. Era molto conosciuto in Brasile da quando Roberto Carlos aveva cantato con Endrigo a Sanremo nel 1968 la celebre Canzone per te, di cui Sergio era coautore”.

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La Politheama: il capitano Chico Buarque (detto Pagão) e alcuni giocatori.

La visita alle favelas fu un intenso momento dell’esperienza brasiliana: “Visitammo le favelas e tramite una guida ‘speciale’ del posto, un certo Gerardo Martins, entrammo in Rossinha e ci trovammo nel mezzo di una sparatoria, alla quale sfuggimmo infilandoci sotto una vecchia auto. Finimmo poi in un bar improvvisato di fianco al sambodromo, con un forte odore di piscio e birra e gli scoli delle case da scavalcare. Una band di uomini dagli 80 in su suonò divinamente per noi un’incredibile serie di motivi della storia musicale brasiliana. Alle 23, i musicisti anziani lasciarono la postazione strumentale ai giovani e il sambodromo si trasformò in una enorme discoteca. C’era un’infinità di giovani e la musica era cambiata. Era pur sempre un modo per conoscere il Brasile”.

I pezzi costruiti insieme

Ed ora cerco di abbozzare con Nini un elenco - ed è lunghissimo - di pezzi noti a firma Bardotti-Giacomelli.

Partiamo naturalmente dalle canzoni scritte per e con Ornella Vanoni: La gonna, Fandango, I grandi cacciatori. Nel 1983 arrivò un altro grande successo: Grazie perché, cantato da Gianni Morandi e Amii Stewart, poi anche da Laura Pausini e da altri.

In quell’anno, dovendo realizzare una nuova sigla di Superflash, Bardotti cercò di organizzare il lavoro in modo da bissare il successo di Amico è, ma mancava la magia del prato. Il tutto fu prodotto in uno studio asettico e, anche se il coro era composto da amici, il risultato non fu eclatante. Mancava la natura, l’allegria della natura, mancava il samba delle benedizioni - “come avrebbe detto Vinicius de Moraes”, insinua Nini - e uscì una sigletta di buona fattura, ma senza “voli”, dal titolo Voci di città.

Sempre il 1983 è l’anno della traduzione dal portoghese di alcune canzoni per bambini di Toquinho. Dovevano essere cantate da un bambinetto brasiliano, Jairzinho, che canta tuttora e che doveva esibirsi da Baudo nel programma della domenica pomeriggio. Il tutto venne raccolto in un LP dal titolo “La casa dei giocattoli”. Tra quelle canzoni c’era La Palla, che poi venne registrata su 45 giri anche dal calciatore Ciccio Graziani.

“L’anno dopo, per Bibi Ballandi, che avevo conosciuto ai tempi in cui era il road manager della Vanoni, scrivemmo l’LP ‘Superfantastico’, che serviva per il Bandiera Gialla, in collaborazione anche con Pino Massara. Lo registrammo alla famosa Maison Blanche, nei pressi di Modena, a Castelnuovo Rangone”, e qui Nini ricostruisce l’atmosfera di un’epoca: “Si passava tutti prima o poi da lì. Era una grande villa bianca, circondata da un frutteto, immersa nel verde della campagna modenese: al piano terra cucina e studio di registrazione, al primo piano le camere, nella dépendance il biliardo e il flipper. C’erano mamma Leda (la madre di Umbi, dei Nomadi, che era il proprietario dello studio) e Albora, l’insostituibile, unica, grande, amatissima Albora, che ci cucinava straordinari manicaretti, attenta alle nostre gioie e ai nostri dolori come solo una grande persona poteva fare. C’era anche il cane di Mauri Maggi: Popillo. Con Fione Zanotti. C’ero stata, sempre con Sergio Bardotti, anche con e per Endrigo, Ornella Vanoni, Umberto Bindi”.

Negli ultimi anni, invece, Nini è riuscita a coinvolgere Sergio in alcune pubblicazioni musicali fatte con il centro teatrale da lei diretto a Breno, il Centro Culturale Teatro Camuno. In Favole a pelo d’acqua, per esempio, ci sono sei canzoni per bambini scritte a quattro mani. In una di queste, Drago Sciacquone, vi è anche una straordinaria - e “gratuita”, sottolinea Nini per desiderio di correttezza - partecipazione al pianoforte di Luis Bacalov.

Il Club Tenco per Sergio