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Andrea Monteforte

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romanzo

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RUGGINENTI

Andrea Monteforte
Maledetto sia il destino

Disegni                         Francesco Di Ciccio

Direttore creativo        Beppe Stanco

Copyright © 2011 by

RUGGINENTI EDITORE srl, Milano

I-20139 MILANO, via Giuseppe Scalarini, 9

È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico,
con qualsiasi mezzo effettuata, non autorizzata.

Printed in Italy

RE 30002

ISBN: 9788876656149

Redazione e impaginazione  Cristiano Cameroni, Cesano Maderno



INDICE

I

In tutta la mia vita ho sempre avuto l’impressione di essermi trovato nel posto giusto al momento sbagliato, di essere finito, per scelta o per caso, in un luogo in cui sarebbe stato meglio non capitare mai.

La verità è che io, quel giorno, mi sono deliberatamente spinto oltre ai confini della mia esistenza, convinto com’ero che proprio da lì potesse iniziare il viaggio alla scoperta del mio paradiso.

Maledizione! Ma perchè la vita deve essere così spudoratamente ingiusta? Avrei voluto almeno dirle quanto l’amavo. E pensare che ci ho creduto fino in fondo.

Se mi avessero chiesto che cosa avessi voluto bere, io glielo avrei detto subito cosa!

E invece eccomi qui, con un centimetro di ruga in più ad aver voglia di bere.

Maledetto sia il destino, se è di questo che si tratta. Questa è una di quelle notti in cui il dolore mi spacca il cervello, ed è ormai da troppe lune che aspetto l’alba della mia dipartita.

Agnese mi manca, mi manca da non poterne sopportare la mancanza.

Se fossi tempo, potrei tornare indietro. Ma troppo a lungo ho camminato per avere voglia di intavolare negoziati con quest’altra aspra menzogna. Per giungere fin qui ho valicato paure che non sapevo nemmeno di poter sfiorare e, adesso che ci sono, non ho di che saziarmi.

Quanto rammarico, quanta struggente agonia.

Tutto quello che mi resta sono queste mie mani stanche, che un tempo hanno saputo scrivere d’amore, ed ora piango sull’odore di queste pagine che non riesco a strappare.

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Ero convinto di avere già dato più del dovuto a questa vita cornuta ma, per quanto sangue in essa versiamo, evidentemente non ne sputiamo mai abbastanza per poterci accaparrare uno squarcio di serenità.

Ho chiesto a Marzio dove fosse finita Agnese!

“Se ne è andata via”, mi ha risposto!

E mi sono accasciato in questo letto da non so più quante settimane.

Vorrei potermi addormentare e magari, questa volta, non svegliarmi più.

Da quanti altri inferni dovrò ancora tornare prima di potere avere il diritto di crepare?

Se fossi da solo saprei come fare, afferrerei quel tagliacarte che è lì sulla mia scrivania e vaffanculo al mondo, ma mia mamma non si schioda un attimo.

Mi sorveglia e mi accarezza dolcemente la fronte, nella speranza di riuscire a correggere queste fiamme che mi stanno bruciando l’anima.

Ella però non sa che non esiste peggior galera di quella da cui non si vuole uscire.

Io so cosa vuol dire, l’ho già provato.

Ancora adesso respiro la miseria di quei giorni appestati di vergogna. Avevo perso ogni decenza, non vi era più orgoglio, nè speranza.

“Lava! Lava!” mi dicevano, ed io non potevo fare altro che abbassare lo sguardo ed ubbidire.

Altro che lavare! Altro che ubbidire! Se fossi stato un vero delinquente gliel’avrei fatta vedere io a quei figli di puttana, avvezzi al peccato e portatori di sciagura.

Alla sera, quando mi serravano nella mia cella, la solitudine mi devastava. Saverio, dalla stanchezza, si addormentava senza riuscire a togliersi nemmeno le scarpe, ed io, divenuto ormai insonne, cominciavo a contare le crepe sul soffitto pur di avere qualcosa di diverso dalla mia perenne tristezza a cui badare. Mi sentivo un fallito, uno che non aveva più nemmeno il diritto di pensare e, forse, è proprio così che sarei finito se non fosse sopraggiunto l’impeto dell’amore a sussurrarmi la vita.

Agnese, Agnese! Quale insopprimibile sentimento provavo per lei... non ho mai trovato il coraggio di dirglielo.

Maledetto sia il destino, se è di questo che si tratta. Volevo diventare un avvocato, e ce l’ho fatta, malgrado le difficoltà che quel verme d’un direttore mi creava.

Il Ministero di Grazia e Giustizia aveva inviato una delegazione a prendere conoscenza dei fatti, e i fatti erano che io volevo studiare e così, alla fine di un lungo colloquio, per mia fortuna, me ne fu data la possibilità.

Per cinque ore al giorno, nella biblioteca del penitenziario, divoravo paragrafidi diritto privato come se fossero stati grappoli d’uva imbruniti al sole. Studiavo senza tregua ed ero felice, molto felice. Che bel momento, sentivo il mondo rinascermi dentro. Altro che fai questo e fai quello! Sottostare alla prepotenza di quegli omuncoli abbietti mi aveva ucciso.

Vaffanculo! E mille volte ancora vaffanculo! Non ero più il loro sguattero. Adesso anch’io avevo un ruolo, il mio ruolo, quello per cui più nessun essere immondo poteva farsi beffa di me.

Quante umiliazioni ho dovuto patire prima che le mie labbra potessero schiudersi e dire “ce l’ho fatta!” Porco d’un mondo infame: ce l’ho fatta!

A questo punto avrei potuto vestirmi di sole e ogni mattina salutare la vita con un gesto d’amore, poichè la vita era Agnese e l’amore la vita. Giuro che se avessi bevuto non sarei mai caduto; e pensare che persino l’avanzo di un sorso sarebbe bastato ad imprimermi pace. Avrei saputo bagnare l’addio con la tempra dell’uomo che dinanzi al fato con coraggio s’inchina, dopo di che sentirmi libero di restare e soffrire, dato che ho sempre saputo che con la vita si nasce e nella vita si perisce.

Vivere, nonostante tutto io vorrei avere il coraggio di vivere. Ma, per quanto ci provi, non riesco a trovare una sola ragione che mi dia la forza di agire, di fare un balzo dall’altra parte di questo male e ricominciare a danzare, ridere, fino a farmi scoppiare i polmoni.

Vorrei mettermi a saltare e sudare, se non altro per potere almeno avere addosso qualcosa di mio, piuttosto che questa maleodorante ignavia che non mi appartiene.

Se ci fosse Agnese, certamente non me ne starei qui a vaneggiare e a farmi fregare il mordente dall’indole ladra di quest’altra galera. Balzerei giù da questo letto e via di corsa con la camicia più bella a godermi ogni goccia di questo dolce tepore d’aprile, che vorrei fosse come quello di ieri che correvo a salutare con le mie gambe in festa quando, all’interno della libreria, le nostre bocche erano cosi vicine che quasi si toccavano.

Agnese era la donna che desideravo amare fino alla fine del mondo e il mondo non sarebbe mai finito se la vita non ci avesse traditi. Non credevo ai miei occhi quando dai suoi mi fu rivelato l’incanto dell’amore.

Mio Dio com’era bella!

Creatura d’avorio e di labbra fiorite come petali di rosa, dinanzi alla quale ogni prode guerriero avrebbe scoperto il difetto della debolezza.

Udite dunque il mio coraggio, oh sudditi dell’amore! E sappiate che se oggi mi struggo in questo dolore non è per codardia, ma per la perdita di questo divino e terreno difetto, dato che speranza alcuna non v’è più ch’io possa rivederla.

Maledetto sia il destino, se è di questo che si tratta. Sta per arrivare l’aurora.

Tra non molto, con l’impazienza e lo schiamazzo di sempre, la città riprenderà a correre. Lavoratori di ogni età, con le facce ancora assonnate, inizieranno ad in-vadere ogni metro quadro di queste strade. Ciascuno, investito dal proprio dovere, si avvierà diritto verso la conquista del pane quotidiano. I bar fumanti di brioches e cappuccini caldi scandiranno con delizia i tempi dell’inizio giornata.

Da poco fuori si sono accese le luci.

C’è ancora un gran silenzio. La mia stanza si tuffa in una dolce semioscurità.

Il cuore mi batte forte, cosi forte che in questa quiete se ne sente quasi il fragore.

Mi sento a pezzi, intorpidito. Non ho chiuso occhio nemmeno questa notte.

Giro in un cerchio chiuso senza mai trovare una via di fuga.

Sono annientato, triste, disorientato. Fumo moltissimo e mi giudico assai decadente. Vivo un’ossessione dalla quale non riesco a liberarmi. Agnese mi manca.

Mi piacerebbe poter essere lì, fra quelli di sempre, solcato in volto dalla loro strana e serena stanchezza. Vorrei andare di fretta e avere mille cose a cui pensare, saltare energicamente da un impegno all’altro, sgobbare fino allo sfinimento.

Un tempo era così la mia vita.

Un’esistenza faticosa, certo! Ma ricca di cose da fare, da dire, da dare, da riprendere e poi ancora da ridare.

Ogni giorno una nuova emozione, un tassello in più per quello che pian piano si andava profilando come il brillante mosaico della mia giovinezza.

Ora non sono altro che un povero nostalgico scolpito dai ricordi.

L’amore che provo per Agnese mi sovrasta e mi uccide. Amore! Quale divina seduzione ha in sè questa semplice ed inflazionatissima parola?

Cosa sarebbe l’umanità senza l’amore? Chi potrebbe farne a meno?

L’amore ci fa sognare ad occhi aperti e sotto un cielo di stelle cadenti, ci fa esprimere desideri che nemmeno sembrano essere terreni, tale è la loro immensità.

Un uomo senza l’amore non è altro che un perdente, una donna senza l’amore è soltanto la vittima di tanti perdenti, visto che in amore sono solo i maschi che non si decidono mai.

Io ho perso l’attimo più intenso della mia vita per avere dato peso alle provocazioni d’un demente.

Non l’avessi mai fatto! Ma come avrei potuto immaginare un tale nefasto epilogo? E soprattutto, come avrei mai potuto credere che al mio ritorno non l’avrei più trovata?

Solo adesso mi rendo infinitamente conto di quanto sia stato vano tutto ciò che ho fatto per giungere alla porta del suo cuore.

Maledetto sia il destino, se è di questo che si tratta. Già che son qui, dinanzi alla verità, potrei anche smetterla di complicarmi la vita.

Dovrei gettare via questo spasimo e andare fuori ad offrire la faccia a qualcosa che mi si addica di più, invece di starmene rintanato in questa vigliacca negligenza che ha tutta la parvenza di un’autosepoltura.

Ma io non so prendere una decisione, e di questo mi vergogno, poichè è proprio l’incapacità di scegliere, di agire, che fa di un uomo un vero perdente. Questo incontrovertibile sentimento che provo per Agnese sembra avermi mutilato ogni inferenza. Non posseggo più la capacità di ragionare. È come se fosse diventato il mio aguzzino, il mio cancro, un topo di fogna che a poco a poco finirà col divorarmi nervi e cervello.

Vorrei, vorrei e se volessi potrei ma... non so se voglio. Eccola qui tutta la mia infermità. Forse sto impazzendo o, forse, è già accaduto e non me ne sono nemmeno accorto.

La perdita di un amore profondo può fare questo ed altro. Mi sto intrufolando in tutti i sentieri della mia introspezione, senza mai riuscire a riconciliarmi con me stesso.

Intanto i giorni passano, ed io mi ammalo sempre di più. Mia mamma è ancora qui accanto a me. Ha vegliato su di me tutta la notte mentre ero in preda al delirio e adesso dorme, rannicchiata nel suo scialle bianco di lana.

La testa poggiata sul braccio ripiegato sotto al mento. Ho davanti il suo viso sciupato. Questa è la prima volta che la vedo così stanca. Povera mamma!

Troppo dolore a causa mia si sta addensando nel suo cuore.

Ho voglia di abbracciarla e fare scivolare via, così, tutta la giornata.

Al suo risveglio potrei farmi trovare pronto ad accoglierla in una ritrovata allegria, in modo da poter ridare linfa alle sue gote sgualcite. Ma neanche stamattina riesco a liberarmi dalla mia ossessione.

Mio padre, invece, si è appena svegliato, sta tossendo. Ora, lo sento muovere i passi verso la cucina. Tra non molto verrà qui, come tutte le altre mattine, a portarmi una tazza di caffè. Con voce appassionata mi dirà che è ora di uscire da questo letargo.

Avanzerà verso di me in modo macchinoso e poserà la tazza sul comodino.