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Elio Vincenzo
Campobasso

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romanzo

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RUGGINENTI

 

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RE 30004

Redazione e impaginazione AC, Cesano Maderno

INDICE

Prefazione

Prologo

Capitolo I

Capitolo II

Capitolo III

Capitolo IV

Capitolo V

Capitolo VI

Capitolo VII

Capitolo VIII

Capitolo IX

Capitolo X

Capitolo XI

Capitolo XII

PREFAZIONE

“Borsalino Blues” non è solo un bellissimo racconto, è un viaggio che ognuno di noi ha immaginato di fare almeno una volta nella vita.

Un autobus, le autostrade che si snodano attraverso gli stati più caratteristici degli States, incontri casuali e sguardi che si incrociano, in un’America conosciuta attraverso film e documentari e qui raccontata con passione, profonda sensibilità artistica e tanta voglia di vivere.

Elliott è il personaggio che con la sua fedele armonica a bocca “Marine Band” viaggia in un paese che ha appena eletto il Presidente Nixon, incontrando paesaggi, facce stralunate, atmosfere, situazioni e musicisti di jazz che lo accompagnano in un viaggio ricco di atmosfere inquietanti, riflessioni, pensieri a voce alta e reminiscenze classiche che accompagnano il lettore in un susseguirsi di colpi di scena…

Non spetta a me fare il riassunto di questo bellissimo “Borsalino Blues”, mi piace sottolineare la freschezza di questo affascinante racconto “on the road” tra personaggi veri e figure femminili raccontate con grande poesia, intensità ed armonia come si conviene ad un vero musicista!

Fabio Treves

Prologo

Il mio nome è Elliott V. Laud e questa è la mia storia, non tutta però. Si tratta solo di un pezzo di storia, quella di uno straordinario viaggio in pullman dallo Stato di New York a quello della Louisiana.

A dirla tutta, ho letto molti libri che iniziano con la frase “questa è la mia storia”. Ma voglio sottolineare che, per quanto gli incipit possano essere simili, non sono mai esattamente uguali, altrimenti avrei letto lo stesso libro molte volte e non è così.

Quello che mi annoia moltissimo dei libri che iniziano in questo modo è che i primi capitoli non fanno altro che parlare di una specie di biografia, di luoghi, persone dell’infanzia, lavoro dei genitori e così via. Per questo io non ho voluto farlo: il solo pensiero di dover rileggere più e più volte i capitoli che parlano della mia biografia per correggerne le bozze mi avrebbe fatto salire la temperatura, forse mi avrebbe fatto anche vomitare.

L’unica cosa che voglio dirvi di me è che sono un musicista, un armonicista per la precisione. Lo strumento che suono è quel piccolo pezzo di legno rivestito di metallo cromato, tutto forato, così piccolo da starci in un astuccio per sigari. Sono un musicista dunque e la gente mi chiama Borsalino Blues.

I

Il sole di luglio del 1969 mi bruciava sulla testa, ricordandomi che era ora di partire. Avevo da poco terminato di mangiare la solita bistecca disossata e con poco sale in quella tavola calda tra la Lexington e la 24th ma lo stomaco brontolava ancora. Tra l’altro non avevo ancora smaltito l’agitazione per la rissa con un tipo che mi aveva rubato il portafogli. Dovevo sbrigarmi, altrimenti mi sarebbe toccato fare il viaggio in piedi.

Alla stazione dei pullman c’era una fila lunghissima di persone che aspettavano il loro turno per salire. Erano tutti musicisti, uomini e donne, accompagnati dalle custodie dei loro strumenti. Anch’io avevo le mie custodie, non per gli strumenti musicali, però, ma per i miei cappelli. Ne ho una per ogni cappello che mi porto in viaggio e vi assicuro che di cappelli ne porto con me tanti. Per questo motivo ogni volta che faccio un viaggio, pago, per il trasporto dei bagagli, cinque volte più del necessario. Ci tengo molto ai miei borsalino. Non avevo ancora raggiunto la corriera, la Long Way 62, che un fattorino in piedi sul tetto dell’autovettura mi gridò a gran voce:

- Signore! Dico proprio a lei con le custodie per la batteria! Venga avanti che sistemiamo i suoi strumenti per primi!

Era la solita storia quella: ogni volta che qualcuno mi vedeva con le custodie per i cappelli le scambiava per custodie di batteria. I primi tempi questo fraintendimento mi faceva uscire dai gangheri. Come si fa a confondere una custodia per batteria con una cappelliera? Col passare del tempo però ci ho fatto l’abitudine e ho imparato ad apprezzare anche il rovescio della medaglia. Soprattutto quando viaggio in treno, riservo agli “strumenti” almeno quattro posti intorno a me e questo mi fa stare più tranquillo.

Il richiamo del fattorino attirò l’attenzione della lunga fila di persone. All’improvviso si voltarono tutti dalla mia parte.

Il pensiero che passa per la mente di chi pensa che suoni la batteria è sempre lo stesso: chiunque si chiede come fai a trasportarla. Certo, andare in giro con una batteria non è proprio come portarsi appresso un’armonica, ma la passione supera ogni difficoltà, quindi il problema, in realtà, esiste solo per chi se lo pone. È più sconvolgente l’idea che quelli che porto con me sono cappelli.

Chiunque lo venga a sapere, mi prende per matto. Non che me ne importi tanto del giudizio della gente, ma alcune volte mi stanco di ripetere sempre le stesse cose, a persone diverse e più volte nello stesso giorno. Ricordo che un pomeriggio si creò un piccolo gruppo di persone intorno a me, mentre descrivevo i miei cappelli e le loro custodie. Mi venne la gola secca per il troppo parlare.

Per quanto i cappelli possano essere leggeri, dieci custodie cilindriche sono comunque ingombranti e a trasportarle si fatica un po’. Già, ho proprio dieci custodie per dieci cappelli diversi, più una vuota per il cappello che porto in testa, il mio affezionatissimo traveller bianco latte con marocchino moka: lo indosso sempre quando parto per un viaggio; mi trattiene i pensieri in testa; alcune volte mi coccola addirittura, ovattando i raggi del sole.

La fila era davvero lunga.

Me ne resi conto mano a mano che procedevo verso l’autobus. Circa a metà, c’era una ragazza seduta sulla custodia di un contrabbasso. Era magra e aveva la pelle bianchissima e un pancione enorme perché era incinta. Mi fermai a guardarla per pochi istanti, poi misi per terra i bagagli e mi avvicinai per dirle:

– Signorina come si sente? La prego, mi segua, non è il caso che resti ancora qui sotto il sole…

– Lasci stare, il fattorino ha detto che devo aspettare il mio turno…

Aveva una voce delicata, incantevole direi.

– Ha detto proprio così? Che deve aspettare il suo turno?

– Sì, ha detto proprio così… A quanto pare un contrabbasso e un pancione sono meno ingombranti di una batteria…

Mentre parlava, lanciò un’occhiata alle altre persone della fila, fulminandole con lo sguardo, quasi a rimproverarle per il fatto che nessuno avesse preso le sue difese prima. Era chiaro che non ce l’aveva con me. Aveva colto l’occasione per far valere i suoi diritti.

– Venga, la prego, mi segua. Sono convinto che nessuno si lamenterà se oltrepassa la fila senza rispettare il suo turno!

Quando parlo, riesco ad essere convincente. La mia grande corporatura mi aiuta in questo. Non ne approfitto mai, però.

Arrivato di fronte al pullman, mi tolsi il cappello e, rivolgendomi all’uomo sul tetto, dissi seccato:

– Dov’è finito il rispetto per le donne? Scendi a darle una mano o ti tiro giù a calci nel di dietro!

– Con chi credi di parlare, finocchio di un musicista!1 - mi rispose di contro l’uomo, catapultandosi giù dal pullman per venire a sfidarmi.

Avevo sentito proprio bene, aveva detto “finocchio di un musicista!” e lì c’erano oltre un centinaio di musicisti a fare la fila per il suo pullman… Feci appena in tempo a sottrarre il fattorino dalle braccia di un trombettista di colore che gli aveva abbassato i pantaloni ed era in procinto di ficcargli il suo strumento su per il di dietro mentre continuava a gridargli nelle orecchie:

– Adesso vedremo chi è il finocchio! Stai per provare il mio strumento! Sentiti onorato, non lo presto a nessuno, ma per te farò un’eccezione!

– Ok adesso basta! Fermi tutti! - mi misi a urlare, mentre l’uomo veniva ricoperto d’insulti, sputi e pesanti custodie. – Il signore sicuramente ha capito di avere sbagliato, dico bene?

L’uomo sembrava un barattolo di marmellata nelle dita vogliose di bambini scalmanati ansiosi di arrivare a vedere il fondo.

– Basta! Basta! Chiedo scusa a tutti! Sono stato uno stupido! Basta! Vi prego, basta! – continuava a ripetere, cercando di divincolarsi da chi lo prendeva per il bavero della divisa o lo strattonava per le maniche. I suoi pantaloni ormai toccavano quasi per terra.

– Avete sentito? Solo per oggi e solo per i presenti il biglietto del viaggio è gratui-to! – improvvisai guardando negli occhi lo scellerato, che non ebbe il coraggio di replicare, ma si limitò ad annuire ripetutamente con la testa.

Forse non avrei dovuto farlo, voglio dire non dovevo inventarmi questa storia del viaggio senza costo. In fondo era il suo lavoro, magari aveva una famiglia e dei bambini da mandare a scuola. Ma ormai era fatta, non potevo rimangiarmi le parole. Tra l’altro erano state ben accolte da tutti i musicisti della fila, che ormai avevano preso confidenza gli uni con gli altri e alcuni dei quali, verso il fondo, avevano tirato fuori trombe, clarinetti, chitarre e contrabbassi e si erano messi a improvvisare jazz di strada.

Pensai tra me e me che per rimediare gli avrei dato un po’ di soldi, quanto bastava per coprire il costo di una decina di biglietti. Mentre ero assorto in quei pensieri, mi sentii chiamare alle spalle.

– C’è solo una persona che va in giro con tutti quei cappelli, e quella persona è Borsalino Blues! Tu sei Borsalino Blues vero? – era la voce di quel trombettista di colore, che adesso aveva cambiato espressione e mi sorrideva con un’arcata d’avorio talmente grande da poterci suonare sopra un notturno da gran coda.

– Non pensavo di essere così famoso – replicai e poi ancora – Vacci piano con quello strumento. Per un momento ho creduto che volessi sodomizzarlo davvero!

– Lo avrei fatto se tu non mi avessi fermato.

– Ehi! Sei davvero un finocchio?

– No! No che non lo sono! Per la veste di mia nonna… Ma vuoi mettere la soddisfazione di far impallidire un bianco? Con tutto il rispetto per i bianchi… – disse con tono sarcastico, e subito dopo aggiunse – sono Johnny Naville, il più bravo sassofonista del mondo!

– Come hai detto che ti chiami? Te lo chiedo perché non ho mai sentito il tuo nome… – forse ero stato scortese, ma avevo detto la verità. Non conoscevo nessun sassofonista famoso che portasse quel nome.

– Hai ragione, non mi conosce nessuno, ma ancora per poco! Sto andando a New Orleans per un’audizione. Dopo che mi avranno ascoltato, sarò il musicista più richiesto di tutti gli Stati Uniti!

– Non avevi detto del mondo?

– Già, del mondo intero!

– Beh, allora piacere di conoscerti Johnny Naville! È un vero onore stringere la mano del più famoso sassofonista del mondo!

Mentre tendevo la mano, qualcuno dietro di noi iniziò a gridare:

– Vogliamo muoverci a salire? Ne avremo di tempo per fare conoscenza! – era la voce baritonale di un nano alto quanto la custodia della sua chitarra.

– Ok, ok! Adesso saliamo! Prima, però, diamo precedenza alle signorine! – dissi cercando con lo sguardo la ragazza col pancione e accorgendomi che era già salita sul pullman. Mi fece un cenno con la mano.

Raccolsi i miei bagagli e li lasciai nelle mani del fattorino, che si meravigliò della loro leggerezza, e dopo avergli dato un’occhiata torva, raggiunsi la ragazza e le sedetti accanto.

1  L’espressione va rapportata al periodo storico del racconto, ambientato negli Stati Uniti verso la fine degli anni sessanta.

II

– Cosa ci fa un tipo famoso come lei su una corriera di disperati? – mi chiese secca.

– Tanto per mettere in chiaro le cose, non mi piace quando la gente dice che sono famoso, mi fa sentire ridicolo… piuttosto che cosa ci fa lei con quel pancione su questa corriera di disperati? – replicai di tutto punto, cercando di restare concentrato sui suoi occhi.

– A una domanda risponde con una domanda? Ma che uomo è?

– Che uomo sono? Sono uno di quegli uomini tristi e malinconici che appartengono alla categoria dei musicisti, ecco tutto… Non ho avuto modo di presentarmi: il mio nome è Elliott…

– Preferisco Borsalino Blues. Le si addice, lo sa questo? E poi mi ricorda tanto l’Italia – continuò tirando fuori da una manica un fazzoletto con le iniziali N.B. ricamate in cotone rosso.

– D’accordo. Allora, se le fa piacere, mi chiami pure Borsalino… – e accennando un sorriso le feci presente che non mi aveva ancora detto il suo nome.

– Nicoletta Bianchi, come mia nonna paterna, ma tutti mi chiamano Nicole.

– Preferisco Nicoletta. Le si addice, lo sa questo? – le dissi rubandole la frase. Mi ipnotizzò con un sorriso delicato ma sfuggente.

Questo gioco di espressioni contribuì a creare tra di noi un clima più amichevole e distensivo, abbassando la pudica barriera fatta di piccoli movimenti e sguardi che si crea quando un uomo ed una donna sono seduti l’uno accanto all’altra. Stavo per chiederle delle sue origini italiane quando la corriera iniziò a muoversi a strattoni, tra le lamentele di chi era ancora in piedi e di chi si era preso in testa i bagagli sistemati male nei portapacchi.

La confusione mi portò a percorrere con lo sguardo il corridoio centrale della corriera fino al posto di guida, dove c’era l’autista, e mi fece riflettere sul fatto che ero l’unico uomo vestito di bianco su quel pullman dove tutti, uomini e donne, erano vestiti di nero. Ero una anomalia.

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